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Trasi e Leggi TerradeiSiculi Bollettino1

Nessuno più dell’antico Popolo dei Siculi ha marcato l’identità dell’Isola, a tal punto che essa si chiama ancora Sicilia e i suoi abitanti si chiamano ancora Siciliani.

L’insularità mediterranea della Sicilia, agendo nell’invarianza come luogo di accumulo di energie umane, ha plasmato e sfaccettato la psiche e i caratteri del suo Popolo fin dalle epoche più remote. E il sostrato di questo Popolo, al di là degli innesti successivi, è fondamentalmente riconducibile al misterioso e sbiancato “Regno Millenario” dei Siculi. Volendo focalizzare il discorso sulla Storia della Sicilia antica -che, per dirne una, non comincia certo con i cosiddetti “Greci”- vediamo dunque di alzare uno sguardo più autentico su quella dei Siculi, cioè del demos, del popolo, grazie al quale la nostra Isola si chiama ancora oggi Sicilia e i suoi abitanti ci chiamiamo ancora oggi Siciliani. E non altro.

Secondo una delle diverse ipotesi formulate sull’origine del Popolo dei Siculi, essi sarebbero sorti da una differenziazione remota degli antichi Sikani. Dunque si sarebbero mossi dall’Isola stessa, avanzando a nord, fino all’attuale Lazio, dove si insediarono fondando villaggi e città: anche quello sul quale, poi, sorse Roma. Questa Tesi non esclude, tra le altre, la loro appartenenza ai Popoli del Mare di cui narrano alcune iscrizioni egizie, né un loro insediamento in Anatolia e Palestina, né, d’altronde, un loro passaggio balcanico muovendo dalle steppe eurasiatiche fino all’Adriatico. Daremo voce a tutte le ipotesi tentando di costruire un modello dinamico attento, per quanto è possibile, alle cronologie. Di migrazioni e sedentarizzazioni, di onde demiche e sfaldamento di popoli, si discuterà ancora a lungo: ma i mezzi, per fortuna, non sono più quelli dell’archeologia ottocentesca, per quanto ampi settori del mondo accademico nostrano ne accettino ancora i modelli interpretativi e i pregiudizi. Ad ogni modo, tra le città sicule del centro Italia, sono attestate anche Cotila, Agilla, Alsio, Aricia, Ceretani, Falerio, Fascennio, Pisa.

E in ogni caso, dunque, quando fin dalla prima elementare ci dicevano che “discendiamo dagli antichi romani” avremmo dovuto regalare una pernacchia alla maestrina invece di fare il tifo per Scipione l’Africano. Poiché, in una certa misura, potrebbe essere vero il contrario. Perfino Virgilio, poeta di corte in età augustea, scrisse il contrario. Solo per dire di quanto complessa sia la tematica e allo stesso tempo di quanto occultata al senso comune permanga la Verità che vuole nel “Regno Millenario” dei Siculi, nell’Isola di Trinakria, un luogo costituente dell’Identità siciliana. Mille anni, nell’Athanor dell’insularità mediterranea, sono un Tempo Lungo che va indagato con rinnovato impegno.

La storia dei Siculi -navigatori e allevatori di cavalli, coltivatori e guerrieri- si concretizza nel “Regno Millenario” che ebbe nelle Valli dei Palikoi, i Gemelli Santi identificati coi Laghetti di Naftìa, il suo cuore di zolfo spirituale e politico. Scriveva Virgilio, intorno all’anno 30 a.C.: “Symaethia circum flumina, pinguis ubi et placabilis ara Palici…” (Eneide, IX).

Intorno alle simetine correnti, laddove ricca e misericordiosa è la terra sacra dei Dvi Palikoi, i Gemelli protettori degli esuli, degli schiavi e delle donne in fuga. Quelle stesse Terre dei Siculi che, nel quinto secolo delle GUERRE COSTITUENTI, erano state teatro dell’epopea del loro ultimo Douketios.

Scuncicando cento siciliani per strada, domani mattina, quanti saprebbero rispondere decentemente non a chissà quale quiz di storia antica, ma alla semplice domanda: perchè ti chiami Siciliano?. Lo Spettacolo neocoloniale, a tutti i livelli, ha cancellato tracce, disperso segni, confuso l’Ordine delle cose. Ciò è accaduto, e ci appare di gravità inaudita. Il passato è solo il luogo delle forme senza forze, scrive Paul Valéry. Sta a noi restituirgli vita e necessità attraverso le nostre passioni e i nostri valori, cercando Verità e Bellezza nelle cose del Mondo, cercando, in breve, quella Salute autentica che si genera dal radicamento in una Terra assoluta, cosmica, concreta, che puoi chiamare patria-matria e accarezzare con gli occhi del Sintimentu, sicula concrezione di Cuore e Cervello. (…)

Anthony Smith, che insegna sociologia alla London School of Economics and Political Science, in un suo libro intitolato “Le origini etniche delle nazioni” (il Mulino), sostiene che “le etnie non sono altro che comunità storiche costruite su memorie condivise“. Ma la cultura identitaria -scrive Franz Fanon nel suo “I dannati della Terra“- non è il folclore in cui un populismo astratto ha creduto di scoprire la verità del popolo. Nè quella massa sedimentata di gesti sempre meno riallacciabile alla realtà presente del popolo. La cultura identitaria è l’insieme degli sforzi fatti da un popolo sul piano del pensiero per descrivere, giustificare e cantare l’Azione attraverso cui il popolo si è costituito e si è mantenuto. La cultura identitaria, nei paesi colonizzati, e questa Sicilia colonia è, deve dunque situarsi al centro stesso della Lotta di Liberazione. Un Popolo incapace di elaborare dinamicamente e condividere criticamente una propria Memoria storica non sarà mai capace di esprimere il meglio di sé, di essere qualcuno o qualcosa in forme radicate e autentiche; dunque tanto più facilmente potrà essere plasmato, addomesticato, sradicato. Dominato. Da chi? Dallo Spettacolo neocoloniale inscenato dai Poteri Forti di turno: che oggi dispongono di mezzi subliminali che nessun Potere ebbe mai a disposizione. Questo “cantiere di ricerca”, ch’è voce d’un più vasto Cammino ed è aperto a ogni contributo costruttivo, è una piccola e concreta risposta a duemila anni di silenzio su un Popolo antico che ha ancora tante cose da insegnarci, soprattutto la Dignità.

@2001. MARIO DI MAURO.

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    SHEKELESH

    La storia dei Siculi è indubbiamente legata alle radici di popolo pre-indoeuropeo o proto-indoeuropeo; nel mio video e in vari altri link, ho tracciato il percorso dalla loro terra di origine e fino a quando giunsero in Italia (Mehrgarh, Mar Nero, Cultura dei Cucuteni, Cultura Vucedol, Cultura Appenninica).
    Di fatto, possiamo individuare due fasi distinte in cui i Siculi dettero un impulso decisivo alla crescita culturale nella nostra penisola:
    una prima fase ha interessato il periodo che va dal 1800 al 1200 a.C. in cui si diffusero portando cultura e progresso;
    una seconda fase è individuabile nel periodo 1200/800 a.C. (che coincide con la grande crisi climatica del XIII secolo a.C.): i Siculi, indicati dagli Egizi con il nome di Shekelesh, partirono per l’oriente per razziare le scorte di grano Egizie (1208 a.C.), per poi ripresentarsi 25 anni dopo e saccheggiare le ricchezze Greche, Cananee, Ittite. (1185 a.C.)
    Al termine di questa seconda fase, si determinò un nuovo equilibrio sia in Anatolia sia in Egitto, stabilità che si mantenne per 400 anni fino all’arrivo di nuovi popoli guerrieri (quasi certamente i Cimmeri) che invasero l’Anatolia costringendo i popoli fratelli che vi si erano stabiliti, a una precipitosa fuga.
    Questi popoli dovettero raccogliere in fretta ogni loro bene, compresi i tantissimi animali domestici, e imbarcarsi sulle loro insuperabili navi salpando dalle coste Anatoliche verso i lontani territori italici, patria dei Siculi.
    Shekelesh, Etruschi, Shardana, Liburni e forse anche i Veneti, furono quei popoli che, partiti dall’Anatolia, ritroveremo in vari territori italici dove diffusero la loro nuova e più progredita cultura.
    Dalla fusione degli ormai autoctoni Siculi d’Italia con questi fratelli provenienti da oriente, nacquero nuove entità che assunsero diversi nomi in base alla regione in cui s’insediarono.
    Solo un secolo più tardi comparvero in Italia i Fenici e i Greci.

    (2017. Claudio D’Angelo)

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“Io sono figlio della valorosa semenza del dio eroe dalla grande forza, re del Sud e del Nord”. (“Poema dell’anno XI” del Regno di Ramses III). 
Approfondiamo questa traccia… Anche un solo tassello in più -una ipotesi-una intuizione. Restando concentrati sul cruciale secolo XII a.C. -Senza perdere tempo. Ci proviamo?.
Il “Poema dell’anno XI” del Regno di Ramses III ci descrive una guerra contro MOLTITUDINI impoverite in tutto il “Grande Verde” – lo spazio mediterraneo- a causa -supponiamo- della pax hittito-aegiptiaca, e della “carestia generale” del XII secolo a.C. determinata forse da mutamenti climatici (catastrofici sull’agricoltura). I “popoli del mare” attaccarono nuovamente l’Egitto.
I Siculi-Sekles-dall’unica fonte disponibile- erano parte della coalizione.
“Ascoltatemi in tutto il paese, tutti coloro che sono in vita, le giovani generazioni e gli onorevoli anziani del Paese divino. Io sono figlio della valorosa semenza del dio eroe dalla grande forza, re del Sud e del Nord”.
“Io ho sconfitto quei paesi stranieri che hanno violato i miei confini, come compete a chi come re è posto sul trono di Atum. Nessun paese nemico è nei miei pressi e sono sicuro di fronte ad essi come un toro dalle corna aguzze”.
“Io ho ricacciato i Nove Archi che calpestavano l’Egitto il ricordo del mio nome genera terrore in quei loro paesi. Io ho atterrato i Tekker, le terre dei Peleset, i Danau, gli Uashasha, i Sekles, e tolto la vita ai Meswes (…) Ho portato in alto il capo chino dell’Egitto”.
@2002. Archivio dell’Istituto TERRAELIBERAZIONE.
(Atti conferenza del 14 gennaio 2002-F.Carubia-M.Di Mauro: “La Sicilia e i Siciliani nel Mediterraneo al tempo dei Faraoni”).

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pagina tematica PALIKE’

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HYBLAIA

HYBLAIA MATER, RE SESAN IRES!

questo blog è attivo da un decennio -come archivio tematico dell’Istituto TERRAELIBERAZIONE-. Contiene solo una piccola parte del materiale elaborato. Un grande aggiornamento è previsto nel 2017.

PANI, PACENZIA E TEMPU!

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“IN TRINAKRIA: LE PAROLE E LE COSE”

Docufilm dell’Istituto TerraeLiberAzione

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PALIKE LAGHETTI

I Laghetti Sacri di Palikè (Naftìa)

SUGNU SICILIANU!

Nessuno più dell’antico Popolo dei Siculi ha marcato l’identità dell’Isola, a tal punto che essa si chiama ancora Sicilia e i suoi abitanti si chiamano ancora Siciliani”. Fin dalla mitica Notte dei Tempi, da quando i primi uomini si misero in cammino dagli altipiani etiopici per cambiare il volto del nostro Pianeta, le migrazioni e le sedentarizzazioni vanno considerate fondamentali chiavi di lettura della Storia Umana. Sebbene non manchino eccezioni, l’ethnos, l’identità di un popolo, si forma, in primo luogo, in relazione al tellus, all’anima stessa dei Luoghi, e al modo in cui, nel corso di un paio di generazioni, dunque mezzo secolo e non di più, le comunità organizzate degli Uomini si insediano in un determinato territorio. Poi, anche per millenni -malgrado cataclismi e quant’altro- potrebbe anche non accadere più nulla di fondamentale. L’insularità mediterranea della Sicilia, agendo nell’invarianza come luogo di accumulo di energie umane, ha plasmato e sfaccettato la psiche e i caratteri del suo Popolo fin dalle epoche più remote. E il sostrato di questo Popolo, al di là degli innesti successivi, è fondamentalmente riconducibile al misterioso “Regno Millenario” dei Siculi. Volendo focalizzare il discorso sulla Storia della Sicilia antica -che, per dirne una, non comincia certo con i cosiddetti “Greci”- vediamo dunque di alzare uno sguardo più autentico su quella dei Siculi, cioè del demos, del popolo, grazie al quale la nostra Isola si chiama ancora oggi Sicilia e i suoi abitanti ci chiamiamo ancora oggi Siciliani. E non altro.
Secondo una delle diverse ipotesi formulate sull’origine del Popolo dei Siculi, essi sarebbero sorti da una differenziazione remota degli antichi Sikani. Dunque si sarebbero mossi dall’Isola stessa, avanzando a nord, fino all’attuale Lazio, dove si insediarono fondando villaggi e città: anche quello sul quale, poi, sorse Roma. Questa Tesi non esclude, tra le altre, la loro appartenenza ai Popoli del Mare di cui narrano alcune iscrizioni egizie, né un loro insediamento in Anatolia e Palestina, né, d’altronde, un loro passaggio balcanico muovendo dalle steppe eurasiatiche fino all’Adriatico. Daremo voce a tutte le ipotesi tentando di costruire un modello dinamico attento, per quanto è possibile, alle cronologie. Di migrazioni e sedentarizzazioni, di onde demiche e sfaldamento di popoli, si discuterà ancora a lungo: ma i mezzi, per fortuna, non sono più quelli dell’archeologia ottocentesca, per quanto ampi settori del mondo accademico nostrano ne accettino ancora i modelli interpretativi e i pregiudizi. Ad ogni modo, tra le città sicule del centro Italia, sono attestate anche Cotila, Agilla, Alsio, Aricia, Ceretani, Falerio, Fascennio, Pisa. E in ogni caso, dunque, quando fin dalla prima elementare ci dicevano che “discendiamo dagli antichi romani” avremmo dovuto regalare una pernacchia alla maestrina invece di fare il tifo per Scipione l’Africano.
Poiché, in una certa misura, potrebbe essere vero il contrario. Perfino Virgilio, poeta di corte in età augustea, scrisse il contrario. Solo per dire di quanto complessa sia la tematica e allo stesso tempo di quanto occultata al senso comune permanga la Verità che vuole nel “Regno Millenario” dei Siculi, nell’Isola di Trinakria, un luogo costituente dell’Identità siciliana. Mille anni, nell’Athanor dell’insularità mediterranea, sono un Tempo Lungo che va indagato con rinnovato impegno. La storia dei Siculi -navigatori e allevatori di cavalli, coltivatori e guerrieri- si concretizza nel “Regno Millenario” che ebbe nelle Valli dei Palikoi, i Gemelli Santi identificati coi Laghetti di Naftìa, il suo cuore di zolfo spirituale e politico. Scriveva Virgilio, intorno all’anno 30 a.C.: “Symaethia circum flumina, pinguis ubi et placabilis ara Palici…” (Eneide, IX).
Intorno alle simetine correnti, laddove ricca e misericordiosa è la terra sacra dei Dvi Palikoi, i Gemelli protettori degli esuli, degli schiavi e delle donne in fuga. Quelle stesse Terre dei Siculi che, quattro secoli prima, erano state teatro dell’epopea di Ducezio, “il Siciliano che condusse la prima Guerra d’Indipendenza che la Storia ricordi”. Il Ducezio, Signore delle Valli dei Palikoi, per meriti acquisiti sul campo divenne Condottiero dei Siculi. Poliglotta e abile diplomatico, ne catalizza le aspirazioni in una fase specifica della Storia siciliana, un secolo di “guerre costituenti”. Scuncicando cento siciliani per strada, domani mattina, quanti saprebbero rispondere decentemente non a chissà quale quiz di storia antica, ma alla semplice domanda: perchè ti chiami Siciliano?. Lo Spettacolo neocoloniale, a tutti i livelli, ha cancellato tracce, disperso segni, confuso l’Ordine delle cose. Ciò è accaduto, e ci appare di gravità inaudita. Il passato è solo il luogo delle forme senza forze, scrive Paul Valéry. Sta a noi restituirgli vita e necessità attraverso le nostre passioni e i nostri valori, cercando Verità e Bellezza nelle cose del Mondo, cercando, in breve, quella Salute autentica che si genera dal radicamento in una Terra assoluta, cosmica, concreta, che puoi chiamare patria-matria e accarezzare con gli occhi del Sintimentu, sicula concrezione di Cuore e Cervello.
Anthony Smith, che insegna sociologia alla London School of Economics and Political Science, in un suo libro intitolato “Le origini etniche delle nazioni” (il Mulino), sostiene che “le etnie non sono altro che comunità storiche costruite su memorie condivise“. Ma la cultura identitaria -scrive Franz Fanon nel suo “I dannati della Terra“- non è il folclore in cui un populismo astratto ha creduto di scoprire la verità del popolo. Nè quella massa sedimentata di gesti sempre meno riallacciabile alla realtà presente del popolo. La cultura identitaria è l’insieme degli sforzi fatti da un popolo sul piano del pensiero per descrivere, giustificare e cantare l’Azione attraverso cui il popolo si è costituito e si è mantenuto. La cultura identitaria, nei paesi colonizzati, e questa Sicilia colonia è, deve dunque situarsi al centro stesso della Lotta di Liberazione. Un Popolo incapace di elaborare dinamicamente e condividere criticamente una propria Memoria storica non sarà mai capace di esprimere il meglio di sé, di essere qualcuno o qualcosa in forme radicate e autentiche; dunque tanto più facilmente potrà essere plasmato, addomesticato, sradicato. Dominato. Da chi? Dallo Spettacolo neocoloniale inscenato dai Poteri Forti di turno: che oggi dispongono di mezzi subliminali che nessun Potere ebbe mai a disposizione. Questo sito web, ch’è voce d’un più vasto Cammino, è una piccola e concreta risposta a duemila anni di silenzio su un Popolo antico che ha ancora tante cose da insegnarci, soprattutto la Dignità.

@2005-2010. ISTITUTO “TERRA E LIBERAZIONE”-Progetto “Terra dei Siculi”. MARIO DI MAURO

NAFTIA VENNE DEVASTATA “SCIENTIFICAMENTE”!

NAFTIA. I SACRI LAGHETTI DEI PALIKOI 

(DISTRUTTI DALLO SPETTACOLO COLONIALE -NEGLI ANNI ’60) 

Oggi producono bollicine per la CocaCola. Un articolo specifico -già pronto da molti anni- verrà pubblicato al momento giusto. Per FARE. O niente.

PANI, PACENZIA E TEMPU!

@TERRAELIBERAZIONE.

 I LAVUREDDHI CRISCINU. SIMENZA BONA E'!. VIVA A SIMENZA SICILIANA!

 
THE NEW SICILIAN -2-001

THE NEW SICILIAN -2

Una data: 18 settembre 413 a.C. -Impariamola a Memoria.

SIKELIA! – Non Grecìa.

Ne’ Magna Grecìa.

 
L’IMPERIALISMO ATENIESE VENNE DISTRUTTO IN SIKELIA.
 
ANNICHILITO NEL FIUME ASINARO.

Atene crolla in Sikelia, sul Fiume Asinaro, nella collisione storica tra due “modi di produzione” antagonisti (18 settembre 413 a.C.).

La Sikelìa fu l’America di quel Mondo. (…) 

Sarebbe l’ABC. Lo sostiene con Forza e Argomenti l’Istituto TERRAELIBERAZIONE in diverse Sintesi d’Analisi che non temono alcun confronto con l’Accademia coloniale tricolorata e la sua inesistente “Sicilia angolo d’Italia”.
Sollecitiamo la libera convergenza di studi e comunicazione tra quanti non si riconoscono nello SPETTACOLO COLONIALE che propone la più spaventosa falsificazione storiografica dell’intera Storia Umana: “Sicily conquest” ovvero l’unica millenaria “Civiltà senza Popolo” (inscenata nel 2016 al British Museum).
L’EcoNazione dei Siciliani -l’Arcipelago di Trinakria- non ha alcuna esistenza positiva per milioni di sradicati e annichiliti: dunque facilmente dominabili: numeri senza storia.
 Inutile al momento aggiungere altro.
Ci rivolgiamo alle Nuove Generazioni. Abbiamo FORZA sufficiente per raggiungere decine di migliaia di giovani, ci basta PER VINCERE.
PANI, PACENZIA E TEMPU!
@TERRAELIBERAZIONE.

SICILIAN’S GRAFFITI all’ADDAURA.

Decenni di dogmi archeologici sovvertiti. Al contrario di quanto creduto finora, gli artisti più antichi erano donne. Recenti studi hanno rivelato infatti che gran parte delle antiche pitture rupestri preistoriche sono state eseguite da esponenti del genere femminile, mentre la maggior parte degli studiosi ha sempre supposto che gli autori fossero uomini.

È stato l’archeologo Dean Snow, docente della Pennsylvania State University, a dare l’input a questa nuova analisi che mette in discussione quella che per anni è stata una certezza. Snow ha esaminato le contro-impronte di mano lasciate sulle pareti di 8 siti diversi tra Francia e Spagna e, semplicemente confrontando le lunghezze di alcune dita, è giunto alla conclusione che almeno i tre quarti delle impronte appartengono a mani femminili.

La nuova scoperta suggerisce che nella maggior parte delle società sono gli uomini a occuparsi della caccia, ma a trasportare le prede al campo in realtà sono le donne, particolarmente attente ai risultati e premurose nel conservare la selvaggina.

Claudio D’Angelo.

 

Quel Mare dei Siculi e dei “popoli delle isole”, che l’Egitto temeva…

Nessuno più dell’antico Popolo dei Siculi, il popolo dell’Ulivo, ha marcato l’identità dell’Isola, a tal punto che essa si chiama ancora Sicilia e i suoi abitanti si chiamano ancora Siciliani. La storia dei Siculi -pirati e allevatori di cavalli, coltivatori e guerrieri- si concretizza nel “Regno Millenario” che ebbe nelle Valli dei Palikoi, i Gemelli Santi identificati coi Laghetti di Naftìa, il suo cuore di zolfo spirituale e politico. Scriveva Virgilio, intorno all’anno 30 a.C.: “Symaethia circum flumina, pinguis ubi et placabilis ara Palici…” (Eneide, IX).
Intorno alle simetine correnti, laddove ricca e misericordiosa è la terra sacra dei Dvi Palikoi, i Gemelli protettori degli esuli, degli schiavi e delle donne in fuga. Quelle stesse Terre dei Siculi che, quattro secoli prima, erano state teatro dell’epopea della Sunteleya del Douketios, “il Siciliano che condusse la prima Guerra d’Indipendenza che la Storia ricordi”. Nel quinto secolo delle Guerre Costituenti. (…) – per approfondire vai anche ai bollettini in PDF del nostro blog tematico: http://www.terradeisiculi.wordpress.com

***

Da testi sopravvissuti dal regno dell’ultimo re degli Ittiti (circa 1180 a.C.), risulta che gli Shikalayu (Siculi) insieme ai loro alleati, aggredirono Ugarit, Memfi, Cipro, il grande regno Ittita, e li rasero al suolo.
Gli stessi attaccarono l’Impero Miceneo, distruggendo e dando alle fiamme le rocche e i palazzi, determinando l’improvvisa fine della potenza Micenea.
Subito dopo è la volta di un nuovo attacco, questa volta portato all’Egitto.
Il faraone Ramses III che regnò nella metà del XII secolo a.C., li indicò come Sekelesh (Siculi) e scriveva: “Le nazioni straniere hanno messo a punto una cospirazione presso le loro isole. Improvvisamente essi hanno abbandonato le loro terre e si sono gettate nella mischia. Nessuno poteva resistere alle loro armi: da Hatti, a Qode, a Cherchemish, ad Arzawa e Alashiya, tutte furono distrutte allo stesso tempo. Un campo militare fu da loro insediato in Amurru; qui essi fecero strage della gente del posto e la terra fu lasciata in uno stato di desolazione come se non fosse mai stata abitata. Quindi essi si diressero verso l’Egitto, dove era stato innescato il focolaio della rivolta…”.
Siamo in grado di avere un assaggio di come si presentava un Shekelesh… capelli raccolti al di sotto di un copricapo di stoffa, in alcuni casi rigonfio, fermato sul capo da un nastrino; indossano un medaglione sul petto. Avevano in dotazione due lance e uno scudo rotondo.

@Istituto TerraeLiberAzione-Contributi: Claudio D’Angelo.

 

MEGARA HYBLAIA

Post FaceBook del nostro socialclub “L’ALBERO di TRINAKRIA”

Ci scrivono: “i discendenti calcidesi fondatori di Katane e Neapolis”- Precisiamo: COFONDATORI DELLA SIKELIA GLORIOSA. NE’ GRECA, NE’ MAGNOGRECA. -ERANO PROFUGHI, accolti con senso dell’ospitalità -e interesse economico- dai Siculi, e già ben conosciuti, nel Tempo! -“RACCOLSERO LA MISERIA DI TUTTA LA GRECIA…E SI MISERO IN VIAGGIO VERSO LA SICILIA…”- ARCHILOCO (VII SEC. a.C.). -LI RITRADUCIAMO SUGLI ORIGINALI …NEANCHE LA PAROLA “COLONIA” ESISTE, quantomeno non nell’uso corrente che se ne fa oggi!.

Apoikia

Αποικία
in inglese: away-settlement

= insediamento distante

E l’Ecista, il Fondatore, non è un conquistadores, né guidò di regola spedizioni militari…Erano migranti, spesso espulsi dalle proprie terre aride: sconfitti dalle carestie e nelle guerre civili…La hybris della disperazione semmai scoprì l’Isola di Trinakria, il Giardino, questo vuol dire “Trinakria”, in siculo arcaico.

@post FB-MDM- (immagine: “Megara Hyblea”).

 

“Proprio in quel tempo(728 a.C.) Lamide approdò da Megara(Attica) in Sicilia alla guida di una  Αποικία e a settentrione del fiume Pantachio fondò una cittadina dandole nome Trotilo. Più tardi passò di là a Leontini dove, per un breve periodo, divise con i Calcidesi la direzione politica di quella colonia; scacciato dai Calcidesi, fondò Tapso e venne a morte, mentre i suoi, espulsi da Tapso, eressero Megara denominata Iblea, poiché il re dei Siculi Iblone aveva loro concesso la terra, anzi ve li aveva condotti di persona. E per duecentoquarantacinque anni fu la loro sede, finché Gelone tiranno di Siracusa li espulse dalla città e dal suo contado”.

 (La Guerra del Peloponneso, VI libro – Tucidide)

http://www.terraeliberazione.wordpress.com

 

PALIKE LAGHETTI

Laghetti di Naftìa

simeto gole

Il Simeto.

SIMBOLO M33

I Siculi

Pirati nel Mediterraneo del XII secolo

ARMI DI FERRO E BARCHE VELOCI.

UNA POTENZA DEL MARE

CHE SFIDO’ GLI IMPERI DI TERRA, 3200 ANNI FA…

L’ISOLA DI TRINAKRIA, DA ZANCLE, DIVENNE UNA GRANDE “TORTUGA” NEL CUORE DEL MEDITERRANEO, UN MARE CHE L’EGITTO TEMEVA…

Il faraone Ramses III che regnò nella metà del XII secolo a.C., in un’iscrizione del suo tempio funerario a Medinet Habu (ai piedi della Valle dei Re, a Luxor),  indica un attacco degli Haunebu (Popoli del Mare – popolo delle isole che stanno in mezzo, nel cuore del grande verde, identificabile con il Mediterraneo) all’Egitto, sferrato da un’alleanza, stretta in Siria. (…)

Ramses III scriveva: “Le nazioni straniere hanno messo a punto una cospirazione presso le loro isole. Improvvisamente essi hanno abbandonato le loro terre e si sono gettate nella mischia. Nessuno poteva resistere alle loro armi: da Hatti (Anatolia centrale), a Qode (Cilicia), a Cherchemish (Eufrate superiore), ad Arzawa  (Anatolia nord/occidentale – Troia) e Alashiya (Cipro), tutte furono distrutte allo stesso tempo. Un campo militare fu da loro insediato in Amurru; qui essi fecero strage della gente del posto e la terra fu lasciata in uno stato di desolazione come se non fosse mai stata abitata. Quindi essi si diressero verso l’Egitto, dove era stato innescato il focolaio della rivolta. La loro confederazione era composta dai Pelaset, dai Tjeker, dai Šekeleš, dai Denyen e dai Weshesh. Essi misero le proprie mani sulla terra che si stendeva, mentre i loro cuori confidavano che il piano sarebbe andato in porto”. (…)

ŠEKELEŠ

Sappiamo che i Šekeleš erano gli stessi Šikala che si presentarono davanti alle coste di Ugarit con 20 navi, poi davanti a Cipro con altre 7 navi, assalendo, saccheggiando, radendo al suolo e poi incendiando sia Ugarit, sia Cipro.

Non di meno, si può dire dell’Impero Ittita il cui re, Suppililiuma II cerca disperatamente informazioni sui Siculi chiedendo al re di Ugarit di inviare ad Hatti una certa Ibnadušu, rapita dal popolo di Šikala, così da poterle porre delle domande su quale fosse la loro terra di provenienza. (…)

La conferma di quest’affermazione la troviamo nelle parole dello stesso re Suppililiuma II, il quale, pur conoscendo fin troppo bene i vari popoli del mare (indicati dagli Egizi come responsabili del crollo Ittita), dichiara di non conoscere il popolo che li ha assaliti, tant’è che in una drammatica tavoletta in argilla attesta la capitolazione del suo impero di fronte a un: “nemico di difficile identificazione”. Quanto detto ci porta a capire che i Šekeleš fossero un popolo pirata (che viveva per lunghi periodi nelle barche), che possedeva un’arma invincibile per quel tempo (lance e spade di ferro) tanto da riuscire a battere facilmente popoli guerrieri ed eroi imbattibili come quelli esistenti tra le file dei Micenei e degli Ittiti, che distrusse e incendiò tutte le città ostili, che depredò i ricchi imperi spogliandoli delle loro ricchezze.

Certo non fu per nessuno una “fortuna” averli nemici!. E’ una Tesi. Ma molte deduzioni e combinazioni di dati la stanno via via consolidando, in un lavoro di ricerca INDIPENDENTE che procede da decenni…e si avvale di apporti preziosi, anche in Sicilia: da Carubia a D’Angelo fino ai “dissidenti” del mondo accademico della Sicilia colonizzata che annichilisce sé stessa anche quando rinuncia alla propria Storia millenaria. Altro che “figli” di 13 dominazioni (inesistenti). Quell’estremista separatista di…Don Luigi Sturzo scrisse che solo due sono state le “dominazioni”: quella romana e quella angioina (franco-papalina). Noi vi aggiungiamo quella della massomafie tosco-padane, cominciata nel 1860, che ha ammucciato e mascariato millenni di Storia dell’Isola di Trinakria, e perfino la geografia stessa!.

Gli Egizi, disorientati e sgomentati nel vedere la facilità con cui i cosiddetti “popoli del mare”, erano riusciti a disfarsi dei loro antichi e imbattibili rivali, l’Impero ittita, presero tempo, arretrarono nei loro antichi confini e tentarono un’estrema mediazione. Si ritirarono dal Delta del Nilo e dal Mare?. E’ l’ipotesi più plausibile. (…)

Dalla descrizione degli Egizi e dalle immagini delle stele Egizie, in cui sono ritratti Šekeleš, prigionieri di guerra, riusciamo a individuare l’aspetto fisico e la sfarzosità degli abiti indossati da quel popolo guerriero.

Sono descritti come grandi, con i capelli raccolti al di sotto di un copricapo di stoffa, in alcuni casi rigonfio, fermato sul capo da un nastrino, indossano un medaglione sul petto e hanno due lance e uno scudo rotondo. In  base alle descrizioni, riusciamo a immaginare l’aspetto fisico.

Dalla descrizione degli Egizi e dalle immagini delle stele Egizie, in cui sono ritratti gli i Šekeleš, riusciamo a individuare l’aspetto fisico e la sfarzosità degli abiti indossati da quel popolo guerriero.

Sono descritti come grandi, con i capelli raccolti al di sotto di un copricapo di stoffa, in alcuni casi rigonfio, fermato sul capo da un nastrino, indossano un medaglione sul petto e hanno due lance e uno scudo rotondo. In  base alle descrizioni, riusciamo a immaginare l’aspetto fisico.

@Archivio TerraeLiberAzione-C.D’Angelo-F.Carubia-M.DiMauro.

piramide calafato

QUESTA E’ UNA PIRAMIDE-ZIQQURAT. DOVE SI TROVA?. NELLA PIANA DI CATANIA!. CHI, COME, QUANDO E PERCHE’…L’ABBIA EDIFICATA…NON LO SAPPIAMO. IL DOVE SI. E NON E’ LA SOLA.

@TerraeLiberAzione

 I SICULI

Nessuno più dell’antico Popolo dei Siculi ha marcato l’identità dell’Isola, a tal punto che essa si chiama ancora Sicilia e i suoi abitanti si chiamano ancora Siciliani.

Fin dalla mitica Notte dei Tempi, da quando i primi uomini sapiens si misero in cammino dagli altipiani etiopici per cambiare il volto del nostro Pianeta, le migrazioni e le sedentarizzazioni vanno considerate fondamentali chiavi di lettura della Storia Umana.

Sebbene non manchino eccezioni, l’ethnos, la cultura materiale e spirituale di un popolo, si definisce in relazione al tellus, all’anima stessa dei Luoghi, e al modo in cui, nel corso di un paio di generazioni, dunque mezzo secolo e non di più, le comunità organizzate degli Uomini si insediano in un determinato territorio. Nessuno più dell’antico Popolo dei Siculi ha marcato l’identità dell’Isola, a tal punto che essa si chiama ancora Sicilia e i suoi abitanti si chiamano ancora Siciliani. I pirati si concentrarono sull’allevamento e l’agricoltura nell’Isola di Trinakria (il Giardino!). In che misura mutò il loro rapporto col mare non è dato sapere. Per ora.

E il sostrato del nostro Popolo, al di là degli innesti successivi, -nella Sicilia orientale- è fondamentalmente riconducibile al misterioso “Regno Millenario” dei Siculi. Gli studi e il metodo di Cavalli Sforza lo confermano (Storia e Geni).

L’insularità mediterranea della Sicilia, le complesse vicende geopolitiche che l’hanno segnata, agendo nell’invarianza come luogo di accumulo di energie umane, ha plasmato, sincretizzato e sfaccettato la psiche e i caratteri plurali del suo Demos fin dalle epoche più remote. Ma il sostrato di questo Popolo, al di là degli innesti successivi, nella Sicilia orientale, è fondamentalmente riconducibile al misterioso “Regno Millenario” dei Siculi.

Ancora prevalente nel demos isolano orientale almeno fino all’anno Mille.  La Sicilia non fu, peraltro, né magnogreca, né greca, né etnicamente romanizzata (ammesso che voglia dire qualcosa!). Sikeliana semmai. Né mancarono le aggressioni imperialiste (fallite) di Atene contro i Sikeliani (415-413 a.C.)…Una vera potenza geopolitica greca, unitaria, non è mai esistita, se non per reazione (Guerre Persiane).

La storia dei Siculi -navigatori e allevatori di cavalli, coltivatori e guerrieri- è una storia mediterranea, che lascia tracce di sé in spazi e dimensioni assai più ampi di quanto l’Accademia coloniale, nella sua ossessione sbiancatrice, si ostini a sostenere. Fu un “Regno Millenario”, in movimento, che ebbe infine nelle Valli dei Palikoi, i Gemelli Santi identificati coi Laghetti di Naftìa, il suo cuore di zolfo spirituale e politico. Scriveva Virgilio, intorno all’anno 30 a.C.: “Symaethia circum flumina, pinguis ubi et placabilis ara Palici…” (Eneide, IX).

Intorno alle simetine correnti, laddove ricca e misericordiosa è la terra sacra dei Dvi Palikoi, i Gemelli protettori degli esuli, degli schiavi e delle donne in fuga. Quelle stesse Terre dei Siculi che, quattro secoli prima, erano state teatro dell’epopea del Douketios, il condottiero che li federò nella Sunteleya, rifacendone un soggetto politico indipendente nel quinto secolo delle Guerre costituenti. Dai conflitti che segnerà il secolo anche nella nostra Isola prende forma la civiltà di Sikelya. Una Sicilia “greca”, né tantomeno “magnogreca”, non è mai esistita. Nè l’isola di Trinakria venne “invasa” da flotte militari. Erano barche di migranti ioni e dori, sulle quali era raccolta la miseria e la sconfitta di tutta la Grecia (Archiloco dixit). Guidati da ecisti, fondatori di piccole colonie di vita, si fecero largo come potevano. Spesso chiedendo protezione ai Siculi.

“Proprio in quel tempo(728 a.C.) Lamide approdò da Megara(Attica) in Sicilia alla guida di una colonia e a settentrione del fiume Pantachio fondò una cittadina dandole nome Trotilo. Più tardi passò di là a Leontini dove, per un breve periodo, divise con i Calcidesi la direzione politica di quella colonia; scacciato dai Calcidesi, fondò Tapso e venne a morte, mentre i suoi, espulsi da Tapso, eressero Megara denominata Iblea, poiché il re dei Siculi Iblone aveva loro concesso la terra, anzi ve li aveva condotti di persona. E per duecentoquarantacinque anni fu la loro sede, finché Gelone tiranno di Siracusa li espulse dalla città e dal suo contado”.

(La Guerra del Peloponneso, VI libro – Tucidide)

Su YOUTUBE. “IN TRINAKRIA: LE PAROLE E LE COSE”Docufilm dell’Istituto TerraeLiberAzione.

Il Ducezio, Signore delle Valli dei Palikoi, per meriti acquisiti sul campo divenne Condottiero dei Siculi. Poliglotta e abile diplomatico, ne catalizza le aspirazioni in una fase specifica della Storia siciliana, il quinto secolo delle “guerre costituenti”.

La dinamica di quei conflitti, sociali ed economici, non meno che etno-identitari, va liberata da letture riduttiviste, proposte tanto dall’Accademia coloniale, che sbianca e mascaria; quanto dalle evanescenze sicilianistiche. I Siculi furono una Grande Civiltà, che, nominandola, lasciò il segno più durevole ed evidente del suo contributo alla storia della “Sicilia”. Il fatto che non ci sia, in Sicilia, un solo Museo che ne ricordi le Imprese e la Vita, è semplicemente vomitevole.

Poi, anche per millenni -malgrado cataclismi e quant’altro- potrebbe anche non accadere più nulla di fondamentale. L’insularità mediterranea della Sicilia, agendo nell’invarianza come luogo di accumulo di energie umane, ha plasmato e sfaccettato la psiche e i caratteri del suo Popolo fin dalle epoche più remote. E il sostrato di questo Popolo, al di là degli innesti successivi, -nella Sicilia orientale- è fondamentalmente riconducibile al misterioso “Regno Millenario” dei Siculi. Gli studi e il metodo di Cavalli Sforza lo confermano (Storia e Geni).

Scuncicando cento siciliani per strada, domani mattina, quanti saprebbero rispondere decentemente non a chissà quale quiz di storia antica, ma alla semplice domanda: perchè ti chiami Siciliano?.

Il Ducezio cominciò la sua Guerra di Liberazione contro i mercenari –specie campani- che l’Oligarchia della metropoli siracusana scagliò contro le ricche e prospere Terre dei Siculi. La lotta di classe infuriava a Siracusa…La guerra ai mercenari, e poi alle armate dell’Oligarchia siracusana, infuriò nelle Terre dei Siculi!. (…)

Una Lezione per l’Avvenire.

@1998. MARIO DI MAURO-Fondatore di “TerraeLiberAzione”

 

PALIKE LAGHETTI

 

HYBLAIA

HYBLAIA MATER, RE SESAN IRES!

220px-2009-03-22_03-29_Sizilien_683_Agrigent,_Parco_Valle_dei_Templi_Agrigento,_Museo_Archaeologico

 

http://www.terraeliberazione.wordpress.com

 

 

PRIMA CHI HA FAME

CATANIA. Stamattina, in piazza Borgo (ufficialmente intitolata Cavour) abbiamo visto 4 ragazzotti con un gazebo che raccoglievano scatolame alimentare per la “solidarietà italiana” davanti a un supermercato, con lo slogan “prima gli italiani”. Certamente convinti di essere nel giusto, di essere patrioti al fronte…alimentare, miliziani eletti di una causa divina, eredi di una Tradizione millenaria…

Una parodia di quegli stessi valori in cui sinceramente si riconoscono.

Non se li filava nessuno. In pochi minuti sono entrati nel “paesaggio”, tra l’eterna briscola pazza dei soliti noti, il via-vai alla fermata dell’autobus, le regolari e innocue escandescenze dei fuoriusciti dalle vicine Case-Famiglia, i ragazzetti al Sole in calia scolastica, la lapa coi frutti dell’Etna, la coppietta di turno che si sciarrìa, il profumo di mandarino-al-limone che giunge dal Chiosco e ti ricorda dove ti trovi e ti fa ringraziare Dio di EsserCi… E l’Etna a-kkianari e il Mare ri-calata: sotto lo sguardo perplesso della Tapallira, la statua settecentesca più bella della città (in verità è Cerere-Demeter, nostra Signora del Grano e della Natura Vegetante, quella Dea che millenni arreri, come si sa, disse: “questo è il grano, però: prima gli italiani!”.

Torniamo ai nostri “italiani solidali” macca Liothru: una signora gli ha portato due pacchi di pasta convinta che gli affamati fossero iddhi…”poviri carusi!”. Inutile dirgli, ai “poviri carusi”: prima chi ha fame, intanto. E in questa metropoli paesanazza, con tutti i suoi difetti ma anche con tutto il suo cuore grande, non c’è alcun bisogno del cibo avvelenato di marca fascioleghista: noi, paesanazzi metropolitani, col cuore grande, abbiamo una rete di mense popolari e solidali, che mobilita volontari silenziosi, angeli invisibili, dalla Caritas, al Centro Astalli, alla Comunità di Sant’Egidio…fino ai Centri Sociali Autogestiti…E a tante Famiglie normali, che fanno la loro parte, senza pubblicità. Ed entra chi ha fame: semplicemente chi ha fame, e chi sennò?.

I ragazzotti razzistelli non ci sono sembrati denutriti: forse tantikkia di fame gli farebbe bene. Un sano digiuno penitenziale, per depurarsi il Cuore da veleni pestilenziali che non fanno Onore agli occhi di Agata, e seminano oscurità dove c’è bisogno di solidarietà autentica, non ostentata, incarnata nell’Umanità.

Ma è come parlare ai muri, i muri che hanno nel cervello, i muri che alzano sull’acqua, i muri che erigono perfino nei frigoriferi e nelle dispense con quelle scatolette (portate da casa!) per distribuire volantini alla ricerca di chissà quale consenso elettorale. Non li odiamo, non ci riusciamo. Forse esistono solo per metterci alla prova…

La nostra patria è il Secolo in cui viviamo, la nostra Matria è una Terra Impareggiabile che si chiama Sicilia… e comunque: “Prima, la Vita!”.

@ 3 ottobre alle ore 15:59. A Squatra peri-peri di “Terra e Liberazione”-Catania. (Pubblicata dal Gruppo FB TERRAELIBERAZIONE. NONSOLOFACEBOOK…CAMMINARE SULLE STRADE!).

AVVISO AI NAVIGANTI///QUESTA SETTIMANA RIPRENDERA’ LE PUBBLICAZIONI -DOPO 10 ANNI- LA RIVISTA “TERRA E LIBERAZIONE”. CHI VUOLE DARE UNA MANO NON HA CHE DA DIRCELO… FB TERRAELIBERAZIONE.

Siculu Sugnu!

 “Nessuno più dell’antico Popolo dei Siculi ha marcato l’identità dell’Isola, a tal punto che essa si chiama ancora Sicilia e i suoi abitanti si chiamano ancora Siciliani”. Fin dalla mitica Notte dei Tempi, da quando i primi uomini si misero in cammino dagli altipiani etiopici per cambiare il volto del nostro Pianeta, le migrazioni e le sedentarizzazioni vanno considerate fondamentali chiavi di lettura della Storia Umana. Sebbene non manchino eccezioni, l’ethnos, l’identità di un popolo, si forma, in primo luogo, in relazione al tellus, all’anima stessa dei Luoghi, e al modo in cui, nel corso di un paio di generazioni, dunque mezzo secolo e non di più, le comunità organizzate degli Uomini si insediano in un determinato territorio. Poi, anche per millenni -malgrado cataclismi e quant’altro- potrebbe anche non accadere più nulla di fondamentale. L’insularità mediterranea della Sicilia, agendo nell’invarianza come luogo di accumulo di energie umane, ha plasmato e sfaccettato la psiche e i caratteri del suo Popolo fin dalle epoche più remote. E il sostrato di questo Popolo, al di là degli innesti successivi, è fondamentalmente riconducibile al misterioso “Regno Millenario” dei Siculi. Volendo focalizzare il discorso sulla Storia della Sicilia antica -che, per dirne una, non comincia certo con i cosiddetti “Greci”- vediamo dunque di alzare uno sguardo più autentico su quella dei Siculi, cioè del demos, del popolo, grazie al quale la nostra Isola si chiama ancora oggi Sicilia e i suoi abitanti ci chiamiamo ancora oggi Siciliani. E non altro.
Secondo una delle diverse ipotesi formulate sull’origine del Popolo dei Siculi, essi sarebbero sorti da una differenziazione remota degli antichi Sikani. Dunque si sarebbero mossi dall’Isola stessa, avanzando a nord, fino all’attuale Lazio, dove si insediarono fondando villaggi e città: anche quello sul quale, poi, sorse Roma. Questa Tesi non esclude, tra le altre, la loro appartenenza ai Popoli del Mare di cui narrano alcune iscrizioni egizie, né un loro insediamento in Anatolia e Palestina, né, d’altronde, un loro passaggio balcanico muovendo dalle steppe eurasiatiche fino all’Adriatico. Daremo voce a tutte le ipotesi tentando di costruire un modello dinamico attento, per quanto è possibile, alle cronologie. Di migrazioni e sedentarizzazioni, di onde demiche e sfaldamento di popoli, si discuterà ancora a lungo: ma i mezzi, per fortuna, non sono più quelli dell’archeologia ottocentesca, per quanto ampi settori del mondo accademico nostrano ne accettino ancora i modelli interpretativi e i pregiudizi. Ad ogni modo, tra le città sicule del centro Italia, sono attestate anche Cotila, Agilla, Alsio, Aricia, Ceretani, Falerio, Fascennio, Pisa. E in ogni caso, dunque, quando fin dalla prima elementare ci dicevano che “discendiamo dagli antichi romani” avremmo dovuto regalare una pernacchia alla maestrina invece di fare il tifo per Scipione l’Africano.
Poiché, in una certa misura, potrebbe essere vero il contrario. Perfino Virgilio, poeta di corte in età augustea, scrisse il contrario. Solo per dire di quanto complessa sia la tematica e allo stesso tempo di quanto occultata al senso comune permanga la Verità che vuole nel “Regno Millenario” dei Siculi, nell’Isola di Trinakria, un luogo costituente dell’Identità siciliana. Mille anni, nell’Athanor dell’insularità mediterranea, sono un Tempo Lungo che va indagato con rinnovato impegno. La storia dei Siculi -navigatori e allevatori di cavalli, coltivatori e guerrieri- si concretizza nel “Regno Millenario” che ebbe nelle Valli dei Palikoi, i Gemelli Santi identificati coi Laghetti di Naftìa, il suo cuore di zolfo spirituale e politico. Scriveva Virgilio, intorno all’anno 30 a.C.: “Symaethia circum flumina, pinguis ubi et placabilis ara Palici…” (Eneide, IX).
Intorno alle simetine correnti, laddove ricca e misericordiosa è la terra sacra dei Dvi Palikoi, i Gemelli protettori degli esuli, degli schiavi e delle donne in fuga. Quelle stesse Terre dei Siculi che, quattro secoli prima, erano state teatro dell’epopea di Ducezio, “il Siciliano che condusse la prima Guerra d’Indipendenza che la Storia ricordi”. Il Ducezio, Signore delle Valli dei Palikoi, per meriti acquisiti sul campo divenne Condottiero dei Siculi. Poliglotta e abile diplomatico, ne catalizza le aspirazioni in una fase specifica della Storia siciliana, un secolo di “guerre costituenti”. Scuncicando cento siciliani per strada, domani mattina, quanti saprebbero rispondere decentemente non a chissà quale quiz di storia antica, ma alla semplice domanda: perchè ti chiami Siciliano?. Lo Spettacolo neocoloniale, a tutti i livelli, ha cancellato tracce, disperso segni, confuso l’Ordine delle cose. Ciò è accaduto, e ci appare di gravità inaudita. Il passato è solo il luogo delle forme senza forze, scrive Paul Valéry. Sta a noi restituirgli vita e necessità attraverso le nostre passioni e i nostri valori, cercando Verità e Bellezza nelle cose del Mondo, cercando, in breve, quella Salute autentica che si genera dal radicamento in una Terra assoluta, cosmica, concreta, che puoi chiamare patria-matria e accarezzare con gli occhi del Sintimentu, sicula concrezione di Cuore e Cervello.
Anthony Smith, che insegna sociologia alla London School of Economics and Political Science, in un suo libro intitolato “Le origini etniche delle nazioni” (il Mulino), sostiene che “le etnie non sono altro che comunità storiche costruite su memorie condivise“. Ma la cultura identitaria -scrive Franz Fanon nel suo “I dannati della Terra“- non è il folclore in cui un populismo astratto ha creduto di scoprire la verità del popolo. Nè quella massa sedimentata di gesti sempre meno riallacciabile alla realtà presente del popolo. La cultura identitaria è l’insieme degli sforzi fatti da un popolo sul piano del pensiero per descrivere, giustificare e cantare l’Azione attraverso cui il popolo si è costituito e si è mantenuto. La cultura identitaria, nei paesi colonizzati, e questa Sicilia colonia è, deve dunque situarsi al centro stesso della Lotta di Liberazione. Un Popolo incapace di elaborare dinamicamente e condividere criticamente una propria Memoria storica non sarà mai capace di esprimere il meglio di sé, di essere qualcuno o qualcosa in forme radicate e autentiche; dunque tanto più facilmente potrà essere plasmato, addomesticato, sradicato. Dominato. Da chi? Dallo Spettacolo neocoloniale inscenato dai Poteri Forti di turno: che oggi dispongono di mezzi subliminali che nessun Potere ebbe mai a disposizione. Questo sito web, ch’è voce d’un più vasto Cammino, è una piccola e concreta risposta a duemila anni di silenzio su un Popolo antico che ha ancora tante cose da insegnarci, soprattutto la Dignità.

Mario Di Mauro

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